"Pura di Cuore" - racconto



Rieccoci, ben ritrovati!

Oggi desidero condividere con voi questo racconto che tenevo nel cassetto da qualche anno; personalmente lo ritengo uno dei migliori che abbia mai scritto (modesto, eh?), soprattutto perché riferito ad una persona che in passato mi era molto vicina, ma che in seguito ha deciso di cambiare strada - lasciandosi alle spalle i vecchi legami, forse diventati soltanto un peso.

Per questioni di privacy, ho ritenuto opportuno modificare alcuni dettagli.

E ora, senza altri indugi, vi lascio alla lettura!



PURA DI CUORE


Sei del mattino.
Senza lasciar trapelare alcuna emozione, LEI si alza dal letto.
Un’altra grigia giornata.
Si risciacqua il viso, poi si riveste: solo jeans e felpa, di colore più scuro possibile; un golfino color penicillina, se si sente di buon umore. Un paio di scarpe da tennis viola acceso - unica concessione all’allegria - completano l’insieme.
Niente trucco: LEI non è certo come le altre ragazze, avvolte in abitini succinti e incipriate come fossero delle…
E non importa se qualche imperfezione maligna fa capolino sul volto pallido.
LEI sa accettarsi per ciò che è.

Passa rapidamente dalla sua stanza al soggiorno, dove, tra un monosillabo e l’altro rivolto ai suoi genitori - che seccatori! - si concede una colazione leggera. Appena sveglia non ha mai molto appetito.

Con un saluto distratto, afferra la cartella ed esce di casa, affrontando con muto valore la foschia mattutina, il vento gelido e la strada solitaria.
Raggiunta la fermata del bus, si prepara ad una lunga attesa: in quasi cinque anni, quello stupido pullman non ha mai tralasciato di arrivare in ritardo, pensa con sdegno.
Per ingannare l’attesa, LEI, dall’alto dei suoi taglienti diciannove anni, osserva la composita gioventù che le si accalca ai lati: ragazzetti rincretiniti dai videogiochi e da Internet, gaie oche giulive, universitari sfaccendati…

In mezzo all’umano marasma, LEI individua, spiacevole spasmo di desiderio, ***, unico oggetto e fine ultimo della sua esistenza per circa sei mesi. Lo ha amato, segretamente concupito, seguito per settimane lungo il duro selciato della città; ne ha spiato ogni mossa, intercettato ogni parola, immaginato ogni pensiero; infine, di fronte all’impossibilità di avvicinarlo, si è tramutata in volpe, e lui, divenuto uva disprezzata, è morto mille volte, ucciso nei suoi pensieri.
LEI è comunque fiera di aver mantenuto il segreto; nessuno, del resto, era all'altezza di condividerne il peso, e in ogni caso non è solita confidarsi tanto facilmente.

Caracollando per la strada dissestata, arriva finalmente il disdicevole torpedone, degna carrozza per una Cenerentola mancata.
Presa d’assalto dalla mandria ammattita, la vecchia carcassa geme in maniera patetica; il conducente, ormai abituato al rivoltante spettacolo, lascia correre: del resto, quel rottame non è suo.
I pochi posti a sedere sono immediatamente occupati da un manipolo di giovinastri; con fare indecente, disseminano i sedili ancora disponibili con zaini, giacche… un qualunque segnale di divieto: quei posti sono riservati agli amici che attendono alla prossima fermata.
Anziani affannati e madri mugugnanti, alla larga! Nessun rispetto per la vostra flebite, né per i piccini che vi portate appresso.

Tra la massa dei perdenti, destinata ad essere silenziosamente derisa dalla schiera dei vincitori, LEI spicca per la sua impassibilità; non si lamenta, come la petulante pensionata alla sua destra, né sospira rassegnata, come la candida casalinga alla sua sinistra.
LEI accetta la realtà, senza troppe pretese.
Certo, avrebbe potuto - come tanti altri! - aggregarsi a qualche compagnia raccogliticcia, mostrarsi amica di qualcuno di quei mocciosi; e un posto sarebbe stato per sempre suo, fino alla fine dei giorni.
Ma LEI non è tipo da accettare simili umilianti compromessi.
Considera quegli individui come la feccia della sua generazione.
Quale accordo può mai esservi con soggetti di quella risma?

Lo scadente mezzo, con irrinunciabile lentezza, giunge infine a destinazione, e con un singhiozzo strozzato riversa sulla strada il suo dozzinale contenuto.
Tentando di non farsi travolgere dalla calca, LEI osserva i coetanei con nuovo disprezzo: la loro fretta sarebbe davvero lodevole - pensa tra sé - se il traguardo di tanta corsa non fosse l’ennesimo bar o la consueta caffetteria, dove, immancabilmente, più di metà di loro scampa alla temibile interrogazione della prima ora o al noioso test della seconda.

LEI, assai più onestamente, si dirige senza indugi a scuola.
Ma che strazio, ogni giorno, percorrere il lungo viale, e assistere, inevitabilmente, alla melensa processione di coppie e coppiette, teneramente avvinghiate a tempo determinato!
Se il suo sguardo avesse il potere di uccidere, avrebbe da tempo commesso una carneficina.

Entra in classe discretamente, senza clamore.
Non saluta nessuno, nessuno la saluta. LEI preferisce così.
Mentre sistema libri e quaderni in bell’ordine sul banco, vede arrivare M., forse la sola persona che LEI possa definire sua amica; almeno, è quanto di più vicino ad un’amica possa vantare.
Dopo un rapido, clinico abbraccio, LEI si predispone con rassegnazione a dare ascolto alla frana di idiozie che M. - già lo sa - sta per rovesciarle addosso.

In questi giorni, il tema principe di simili conversazioni unilaterali è l’ennesima sbandata di quella disgraziata: un polacco sedicenne, questa volta.
Pare che il nuovo principe azzurro, dapprima tanto esaltato nei discorsi dell’amata, si sia man mano rivelato “come tutti gli altri”: vale a dire, interessato all’unico presumibile pregio della cara M., molto liberale nel promettere, assai avara nel mantenere.
Per un buon quarto d’ora l’onesta M. piange disperatamente sulla spalla dell’amica; LEI, dal canto proprio, attende l’inizio della prima ora come una liberazione.

A volte - ma ultimamente sempre più spesso - LEI si chiede come abbia potuto essere tanto stupida da legarsi ad una creatura tanto inferiore; certo, è necessario avere qualcuno che possa informare su compiti e interrogazioni, nel caso malaugurato di una malattia; ed è anche vero che un’amica al fianco stronca sul nascere ogni inquietudine di insegnanti e genitori, sempre preoccupati che i loro giovani siano “estroversi e perfettamente integrati nel tessuto sociale della classe”; eppure, malgrado la infastidisca molto ammetterlo, ciò che le è più gradito di M. è proprio la sua irrefutabile ottusità.
Come soffrire di bassa autostima, con un simile relitto umano al fianco?

Così, seppur senza alcuna violazione dei più remoti recessi della propria anima, LEI ha tollerato l’intrusa importuna; l’ha aiutata non poco durante i compiti in classe; e, colmo della filantropia, le ha prestato persino del denaro, in non poche occasioni (la buona M., infatti, non possiede mai più di dieci euro alla volta).

Le ore di lezione fluiscono lentamente, pervadendo l’aria di astruse formule e di carmi antiquati.
Il sapere, cercato invano un pertugio nelle menti, aleggia sconsolato.
Alla terza ora, la temuta restituzione dei test di biologia; nel compilarlo, sette giorni prima, le è sembrato ben fatto… Ma non si può mai dire.
Inizia la consueta trafila: Abbati, Acosta, Allegretti - chissà come se la sono cavata - Bonaventura, Brandoletti, Brunelli - che seccatura essere l’ultima dell’elenco! - Carboni, Cecchetto, Coppelio - il dinamico trio, che senz’altro ha fatto ricorso a sporchi trucchi - Depaoli, Donati, Drusiani…
Il lungo e monotono elenco giunge infine a LEI.

Mantenendo un’espressione funerea, si avvia alla cattedra, percepisce senza ascoltare i commenti dell’insegnante, e ritorna pigramente al proprio banco.
Sette.
Un gran bel voto, considerando l’andazzo generale, come l’ha definito la prostrata professoressa; un gran bel voto, soprattutto se paragonato alla sufficienza arrancante strappata all’ultimo dall’amica M.
Tuttavia, non può fare a meno di seguire, con la potenza implacabile del suo sguardo, i compagni seduti alla sua sinistra: da sempre vezzeggiati da buona parte degli insegnanti, sfruttano l’impunità illegalmente acquisita imbrogliando sfacciatamente durante i compiti in classe, e traendone illecito profitto.
La ragione di un simile favoritismo è ignota: pare, ad ogni modo, che il docente medio apprezzi in maniera particolare doti decorative quanto inutili quali l’esuberanza caratteriale, la pratica di passatempi bizzarri (dalla giocoleria alla lettura di autori metafisici sconosciuti ai più) e l’acritica adesione ad ogni attività extra-scolastica proposta.

LEI, categorica, si è rifiutata di possedere tali discutibili attrattive, che, a casa propria, chiama rispettivamente maleducazione, snobismo e piaggeria.
Questo, inutile riferirlo, le ha precluso il massimo dei voti in non poche materie.
Tant’è.

Il resto della mattinata trascorre senza avvenimenti degni di nota, eccetto il patetico tentativo, da parte di un paio di compagne, di invitarla ad un insulso pomeriggio di shopping.
Immagina che la sua sola espressione sia stata abbastanza eloquente.

L’ultimo sforzo della giornata scolastica, venenum in cauda, è l’ora di italiano.
Che indicibile sofferenza!
La professoressa L., la cui sola vista le provoca un travaso di bile, irrompe nell’aula con il suo consueto passo energico.
LEI detesta quella donna: non può assolutamente tollerarne il piglio vivace, lo sforzo costante per coinvolgere gli alunni… l’attivismo.
Con un sorriso ebete perennemente aleggiante sul viso, l’invadente insegnante tenta di scuotere la classe dall’usuale torpore; LEI opta - al solito - per la resistenza passiva, ma sa, con piena certezza, che il resto della scolaresca già inizia a danzare al suono del molesto piffero della mediocre incantatrice: due battute al momento giusto, e un genuino (o perfettamente simulato) interesse per vite, morti e miracoli dei suoi protetti, le hanno in breve tempo conquistato compatto consenso.

LEI, nonostante tutto, ha resistito alle lusinghe di quella monomaniaca ossessionata dal comando; e la sua freddezza è stata ben presto punita: due insufficienze, l’una di seguito all’altra, non hanno lasciato adito a dubbi.
Anche M., sebbene meno ostile alla conquistatrice, è stata colpita da una cruda rappresaglia trasversale, nel più puro stile malavitoso: un drastico due nell’ultima interrogazione.
Ma non importa; LEI ed M., unite più che mai (ma non troppo) in questa inedita alleanza strumentale, continueranno la loro solitaria battaglia.
Una battaglia non di attacco (non ne sono capaci, né ne avrebbero mai il coraggio), bensì di risentita difesa, di sguardi taglienti, di muta condanna.
LEI non sa se una simile strategia abbia senso, né le importa saperlo: del resto, la stoica opposizione colma almeno in parte il suo vuoto esistenziale, tiene accesa la sua fiacca fiamma interiore.

Finalmente, alle tredici e un quarto, l’agognato suono della campanella pone fine all’ennesimo duello spirituale.
Scortata dalla fida M., LEI è tuttavia costretta a subire il detestabile rituale del saluto alla cara professoressa, la quale, con studiata amorevolezza, sembra accarezzare con lo sguardo sornione ciascun alunno.
Persino loro, le due reprobe: perdonale, o Signore, perché non sanno ciò che fanno.

Distaccatasi, con enorme sollievo, anche dalla amebica M., LEI si lancia trafelata all’inseguimento del torpedone; impresa tutt’altro che complessa, considerando la cigolante lentezza con cui il decrepito mezzo tenta di guadagnare la strada.
Incredibilmente seduta (le capita ormai di rado), tenta di stordirsi con tutti i brani disponibili sul suo I-Pod: gruppi dai nomi violenti, testi brutali, voci inumane, ritmi martellanti improvvisano il caos nella sua mente.
LEI non oppone alcuna resistenza all’assalto.
Forse nella speranza che l’energia di una musica degenerata, per una sorta di mistica osmosi, la aiuti a restare in vita.

Una volta a casa, elude abilmente le domande dei genitori: monosillabi convinti e un sorriso forzato sono armi vincenti, in questo genere di schermaglie.
Pranza con moderazione, ma senza privarsi di nulla; per sua fortuna, il fisico slanciato le consente qualche sfizio.
Infine, con suo sommo piacere, può accedere al suo personalissimo Tempio, alla sua camera, dove poter trascorrere con tranquillità il pomeriggio, al riparo da un mondo tanto indegno quanto disperatamente inconsapevole della propria indegnità.
Per ore e ore, vaga solitaria per il vasto oceano virtuale, a caccia di brani e di testi sempre più cupi, sempre più adatti ad esprimere il suo reale sentire: quelli già in suo possesso hanno ormai perso ogni potere. Il grigio diviene allegro, se accostato al nero.
Quando ritiene di aver ottenuto un numero sufficiente di prede, si concede una rilassante ora di sana televisione: talk-show infuocati, insulti, minacce, malignità… il mondo sfila sullo schermo di vetro.
LEI, genuinamente pura, si esalta nel confronto con delle miserie artificiali.

Verso le sei del pomeriggio, gli imminenti impegni scolastici iniziano a levare le proprie voci.
Suo malgrado, LEI esegue con diligenza gli esercizi di aritmetica, traduce decorosamente il brano di letteratura inglese, termina rapida la relazione di biologia.
Il testo di italiano, sogghignante dalla sua postazione sullo scaffale, le si conficca, spina marcescente, nell’animo: deve ancora ripassare la lezione.
Ripassare? Studiare, a dire il vero. Ricorda solo vagamente di dover rispondere ad alcuni insidiosi quesiti sulle poetiche manzoniana e verghiana.
Per qualche minuto, scartabella confusamente il testo, alla disperata ricerca di un qualche appunto chiarificatore, di una retta via da seguire. Poi decide di lasciar perdere.
Pazienza, si dice.
Tanto più che quella vecchia megera della professoressa L. troverebbe in ogni caso il modo di umiliarla davanti a tutta la classe, rivolgendole le domande più infide.
Qualsiasi resistenza sarebbe inutile, e per ciò stesso ancora più patetica.

Durante la cena, LEI è ancora più parca del solito: poco cibo, pochissime parole.
I suoi genitori sanno. Sanno che domani la attende una dura prova, una prevedibile sconfitta.
Li ha già preparati al peggio.

Ritorna nella sua stanza, e per circa un’ora vaga senza meta per il vasto mondo televisivo, non sa dove fermarsi.
Finalmente, con sempre più decisione, il sonno la induce alla resa.
Del resto, per la grande battaglia ha bisogno di energie.
Ma neppure troppe, riconsidera prima di sprofondare.
Domani l’attende l’ennesima grigia giornata.


FINE



Che ve ne pare?
I vostri commenti sono sempre i benvenuti; a presto!


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