"Io, precaria ed eterna minorenne" - una lettrice si racconta


A distanza di qualche tempo, la testimonianza di Marta, giovane disoccupata e amareggiata, continua a riscuotere un certo interesse. 

Ecco ad esempio la storia di "Micol", una lettrice conosciuta sui social: è una ragazza che legge molto, e che ha compiuto studi umanistici - caratteristiche che penso traspaiano dal suo sfogo, che vorrei presentarvi così, senza altri commenti da parte mia:


A sei anni, ero una sorta di bimba prodigio - o almeno così mi consideravano gli adulti: prima ancora di iniziare la scuola, sapevo leggere e scrivere, e mi piaceva parlare con persone più grandi di me.

A dodici, la prof. di Lettere mi considerava una scrittrice in erba molto promettente: sottobanco mi passava testi difficili, come i romanzi di Elfriede Jelinek - che forse, a ripensarci, non erano esattamente adatti alla mia età; e intanto vincevo qualche concorso letterario qua e là.

Al Liceo Classico, non mi perdevo una competizione di Latino o Greco - provavo un immenso senso di realizzazione nel rendere attuali, intellegibili, quei pezzi così antichi, ma ancora così attuali nel contenuto: Terenzio e Catullo erano fra i miei autori preferiti.

All'Università, naturalmente, ho optato per la facoltà di Lettere Classiche: tutti i professori a farmi i complimenti, il libretto pieno di trenta e lode, la tesi discussa a pieni voti... i miei commossi.

Da quel momento in poi, la discesa agli Inferi.

Sapevo bene di aver scelto un percorso poco professionalizzante... ma speravo di trovare il mio spazio nella Ricerca, strappandolo con le unghie e con i denti, se necessario - inutilmente.

Allora ho iniziato il girotondo di annunci, stage, lavoretti che altri lettori hanno già spiegato così bene.

Ai colloqui, mi sono spesso vista scartare in favore di laureati in materie scientifiche, in quanto - almeno secondo un paio di selezionatori - "chi si sbatte con Matematica e Ingegneria dimostra di essere davvero pronto a sporcarsi le mani...", non come i "topi da biblioteca" come me.

Ho pensato di fare un Master per la Gestione delle Risorse Umane, ma una cara "amica", laureata in Scienze Cognitive, mi ha dissuasa, e con toni non troppo cortesi - a suo dire, noi umanisti non possiamo "andare a soffiare il posto" a chi invece ha già studiato in quel ramo.

Ma l'aspetto che più mi ferisce, mi umilia, mi annichila della mia condizione di precaria è il limbo di immaturità forzata in cui tanti di noi sono relegati: a ventinove anni devo ancora dipendere dal supporto dei miei - che alla mia età erano già impiegati a tempo indeterminato, sposati, e genitori.

Intanto i politici, i cosiddetti esperti, i media continuano a chiamarci bamboccioni, ci spronano a fare figli agitando quelle stupide clessidre, ci osservano con degnazione mista a disprezzo.

A casa, intanto le dinamiche non sono molto più semplici: mi trovo abbastanza bene con i miei, ma vorrei poter essere libera di mangiare ciò che voglio quando lo desidero, senza dovermi ancora adattare ai loro ritmi; non sentire mio padre chiedermi per la centesima volta se non sono vestita con abiti troppo leggeri per la stagione, o vedere mia madre ridacchiare e fare battute quando un qualunque essere umano di sesso maschile mi rivolge la parola.

E come se non bastasse, spesso vedo i miei genitori delusi, scoraggiati quanto me: pensavano di aver messo al mondo e cresciuto una ragazza precoce, in gamba. 

Invece si ritrovano con una minorenne fuori tempo massimo, una classica precaria quasi trentenne; l'ennesimo dato Istat.

Stringo i denti, navigo a vista.

E continuo a cercare una maturità e un'indipendenza che mi appaiono sempre più lontane...


Uno sfogo dai toni contenuti, ma dal quale arriva, potentissima, una profonda amarezza: è davvero difficile trovare parole che non suonino banali.
Voi cosa direste a Micol? 

Popular posts from this blog