"Lavorare Sodo", un concetto relativo (e obsoleto)?


In tanti mesi trascorsi sul Web, non mai sentito nessuno negare la necessità del duro lavoro per conseguire i propri obiettivi.

Che la pensino tutti allo stesso modo - o che qualcuno si vergogni a smentire gli altri - i frequentatori della Rete, spesso divisi su quasi tutto il resto, sembrano concordare su questo punto, a volte anche in modo piuttosto vivace.

Eppure, se in astratto tutti condividono lo stesso principio, nella pratica le cose sembrano farsi più complicate.

Senza altri giri di parole: pensiamo davvero di lavorare sodo?

Guardandomi indietro, vedo ore di versioni di Latino svolte senza difficoltà e di fatti storici ricordati a menadito, ma anche di poche dimostrazioni di teoremi o di nomenclature studiate a fatica - per alcuni compagni di classe, invece, la situazione era capovolta.

In quali occasioni lavoravo più duramente, macinando traduzioni per ore con gli occhi gonfi o ritrovandomi esausto dopo appena due pagine di Fisica?

Qualcuno probabilmente direbbe che la Fisica, per quanto assunta in dosi meno massicce, era più difficile per me, e quindi un singolo teorema capito aveva il peso di dieci brani tradotti.

Insomma, il significato - o quantomeno il valore morale - del nostro lavoro sarebbe relativo, a seconda delle caratteristiche personali di ciascuno.

Secondo questo punto di vista, quindi, potrebbe esserci più virtù nella mia tutt'altro che sfavillante Laurea in Ingegneria che in quella del compagno di corso con studi scientifici alle spalle, super-geek di suo e con genitori/fratelli/morosa in grado di aiutarlo. 

Mi piacerebbe molto pensarla così - peccato che il Mondo del Lavoro abbia (giustamente) necessità, e quindi parametri di giudizio, ben differenti: fra il titolo sudato ma stiracchiato e quello preso con lode e meno patemi d'animo il secondo offre di solito maggiori garanzie di successo.

Ma a questo punto la domanda diventa un'altra:

I ritmi frenetici e i contratti usa-e-getta di oggi lasciano ancora spazio alla sfida con sé stessi?

In altri termini, scegliere la via più semplice è davvero da condannare?

Se ad esempio avessi scelto una Facoltà a me più congeniale (tipo Lingue o Scienze Politiche, per dire), ora la mia posizione lavorativa sarebbe più stabile e soddisfacente?

Non fraintendetemi, mi sarei dato da fare allo stesso modo, ma il rapporto fra output e input sarebbe stato molto migliore.

Al giorno d'oggi, smart è meglio di hard?


In base alla vostra esperienza, cosa ne pensate?

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