Frammenti di Scrittura - la via Crucis alla Comunione


Oggi, ventiquattro aprile, è una giornata un po' di transizione: spero che vi stiate godendo il ponte della Liberazione!

Quindi, niente argomenti impegnati, oggi - al contrario, qualche risata con un altro brano tratto dalla mia grottesca autobiografia.

Visto che siamo nel periodo di Comunioni e Cresime, perché non parlarvi del mio tormentato cammino verso i Sacramenti?

Come già nei pezzi precedenti, non ho dovuto faticare molto per calcare la mano, buona parte degli eventi è avvenuta proprio come scritto di seguito.

Buona lettura!


I.

Se, con l'inizio del nuovo anno scolastico, pensavo di riprendere il tranquillo tran tran quotidiano, ero del tutto fuori strada: poco dopo, infatti, ebbe inizio l’accidentata Via Crucis verso la Prima Comunione.

Grazie alla massiccia e terrorizzante educazione religiosa ricevuta presso l’Auschwitz delle scuole materne, e alla distratta vita spirituale dei miei genitori (vaghi ricordi di rare funzioni liturgiche, giaculatorie smozzicate nel momento del bisogno…), il mio personalissimo Dio era felicemente defunto da diverso tempo, e non vedevo alcuna buona ragione per riportarlo in vita.

Perché, pensavo, sacrificare innumerevoli pomeriggi? Forse per poter assaggiare quel dischetto di pane bianco, dall'aria poco invitante, che vedevo inghiottire compitamente dagli adulti nelle rare occasioni in cui assistevo alla Messa?

Provai a esporre le mie ragioni ai miei genitori, ma ne ricavai soltanto qualche blandizia distratta, da un poco incoraggiante “vedrai che ti piacerà” all'inevitabile “si deve fare come gli altri”.
Nessun accenno all'importanza dei Sacramenti, nessun riferimento alla necessità di accogliere il Signore nella mia vita.
Conformarsi era un imperativo sufficiente.

E così, privo di altri, più convincenti argomenti, iniziai a frequentare, ogni mercoledì, le lezioni di Catechismo. 

All'inizio - devo ammetterlo - mi trovai bene: la nostra catechista, la signora M., donna amabile e vivace, fece del suo meglio per metterci a nostro agio, e con successo; i primi pomeriggi trascorsero sereni, e partecipare agli incontri divenne un piacere, sebbene mi rendessi conto, ben presto, che le nostre innocenti chiacchiere avevano ben poco a che fare con la religione.

La situazione cominciò a peggiorare quando ci fu annunciato che i Comunicandi erano caldamente invitati a prendere parte alla S. Messa domenicale, un ordine espresso in tono aulico.
Iniziò così il lungo periodo delle mattine della domenica passate in chiesa.  

Strigliati a lucido e vestiti dei nostri abiti migliori, io e i miei compagni di sventura eravamo fatti accomodare in un gruppo di panche a noi riservate, dove, recalcitrante gregge, udivamo - senza ascoltarla - la Parola di Dio, che a me pareva piuttosto la parola del parroco.

Lo sgradevole personaggio, ometto grasso e rubizzo in modo sospetto, denunciava già con l’aspetto una personalità arrogante e facile all'ira, a dispetto di tutti i detrattori del Lombroso.

Con voce stentorea, lasciava piovere dogmi e condanne sulle nostre teste incolpevoli, fustigando il nostro consumismo, il nostro scarso amore per il Signore, la nostra svogliatezza nel partecipare alla liturgia… La sua furia censoria colpiva persino i genitori, incapaci di inculcare una devozione sincera negli animi dei propri rampolli, perché essi stessi ormai ben lontani dalla luce divina, e del tutto avviluppati nel vile vortice degli affanni terreni. 

Nella speranza di riaccendere in noi sollecitudine e amore per Dio - o, più semplicemente, per puro sadismo - l’irritante figuro escogitava ogni possibile mezzo per rendere le funzioni religiose sempre più lunghe, interminabili: celebrava in contemporanea un Battesimo, dando il benvenuto ad una nuova, futura vittima; invitava un gruppo di Vigili del Fuoco, per celebrare degnamente il giorno di Santa Barbara; dava ampio spazio alle testimonianze di decrepiti padri missionari, con alle spalle sessant'anni di apostolato in terre sconosciute ai più; ordinava diacono qualche giovane ingenuo destinato a passare dal ruolo di prigioniero a quello di carceriere; accoglieva nel Terzo Ordine Francescano un paio di vedove annoiate, intenzionate a sprecare gli ultimi anni delle loro vite…
Ogni domenica vedeva nascere qualche nuova, lodevole iniziativa.

Inoltre, proseguendo con tenacia criminosa nella sua opera di indottrinamento, l’indegno pastore aveva cura di inserire, tra un momento e l’altro del rituale, innumerevoli canti di lode al Salvatore, ovvero una serie di canzonette demenziali, eseguite con voce fessa da un coro dilettantesco. Noi comunicandi, naturalmente, eravamo incoraggiati (sempre “caldamente”) a unire le nostre giovani voci alla generale letizia, e non solo: per meglio manifestare la nostra esaltazione, eravamo tenuti ad accompagnare al canto un energico e frenetico movimento delle braccia, trattenendoci giusto quel che bastava a non ferirci mortalmente l’un l’altro.

Il mio senso del ridicolo, precoce e già ben sviluppato, sanguinava nel doversi sottomettere a una simile idiozia: ma non pochi catechisti coscienziosi, opportunamente dislocati tra i banchi, controllavano che ognuno esaudisse le richieste dello squilibrato sacerdote, rimproverando i meno gioiosi.

La mia unica difesa era… il play-back: mentre gli altri bambini sfoggiavano le proprie abilità canore, io mi limitavo a boccheggiare come un pesce morente, in quell'oceano di stupidità.  

Terminata l’edificante funzione, raggiungevo mio padre, sfibrato quanto me, e con lui ritornavo finalmente a casa. 

Sentendolo riferire e riassumere a mia madre l’ennesima requisitoria del parroco, intuivo che entrambi avrebbero volentieri fatto a meno di impormi - e imporsi - quel continuo supplizio.
Ma il Gran Consiglio di famiglia, governato dalla cara nonnina e dalla sua devota e altrettanto volitiva sorella, si era espresso unanime.
Era necessario “fare come gli altri”.


II.

Giunse infine il gran giorno.

Infagottato in un elegante quanto effimero completo grigio - il primo mai indossato nella mia vita - feci il mio trionfale ingresso in chiesa, immerso nella mandria degli altri comunicandi, e con espressione più stolida che mai seguii la straordinariamente tediosa liturgia, balzando in piedi al momento stabilito, tornando a sedermi, innalzando il mio canto di ringraziamento al Signore Gesù (rinunciando mio malgrado al play-back) e agitando per bene le manine grassocce quando richiesto.
Infine, il culmine della liturgia, lo scopo per il quale avevo tanto penato.

Ricevetti il Corpo di Cristo.

Con lo scipito dischetto di pane sulla lingua, rimasi alcuni secondi in silenzio, in attesa di chissà quale prodigio.

Ma non accadde nulla, e, al posto dei cori angelici che distrattamente mi aspettavo, udii soltanto i latrati del coro e i singhiozzi di qualche parente.

Uscito sul sagrato, fui immediatamente cinto d’assedio dal parentado e da un esercito di amici di famiglia, tutti pronti a lanciarsi al ristorante La passiflora (prezzi modici e buon servizio), dove ci attendeva un pantagruelico banchetto.

Tra gli altri, mi venne incontro radiosa la buona prozia P., la religiosissima sorella della cara nonna; la pia vecchietta, ansiosa di celebrare un evento tanto importante, mi accolse con un sorriso radioso.
“Allora, gioia, come ti è sembrato il Signore Gesù?”
Ci fu un attimo di silenzio. Poi risposi.
“… Un po’ insipido, zietta”.


Così insipido da non averlo mangiato quasi mai più - alla prossima!

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