Frammenti di Scrittura - Altre Memorie Grottesche


Oggi mi sento portato all'introspezione - sarà il tempo, o l'approssimarsi delle ventisette candeline, chissà.

Un'ottima occasione per deliziarvi (spero!) con un altro frammento della mia pseudo-autobiografia: mentre il brano precedente ripercorreva alcune tappe della mia esperienza alle Scuole Elementari, questo invece tratta del periodo, ancor più grottesco, trascorso alle Medie.

Buona lettura!


I.

Il mese di settembre mi vide varcare la soglia delle Scuole Medie “Principe del Piemonte” con cauto ma ragionevole ottimismo: quale luogo migliore per proseguire la mia ascesa alle vette più alte dello scibile?

Non appena entrai nella mia nuova classe, abbandonai ogni speranza.

Tra i soffitti bassi e opprimenti, sul pavimento invaso dalla polvere, in mezzo ai banchi di un verde acido, sugli stessi volti dei miei nuovi compagni, avvertii un che di rozzo, malsano… deforme; privi di alcun interesse verso il luogo in cui si trovavano, i ragazzi berciavano tra loro, insultandosi a vicenda, oppure, addossati ai muri, si dedicavano a deturpare ancora di più quell'aula già tanto deteriorata, oppure ancora sedevano con espressioni ebeti, gli occhi fissi verso un orizzonte vuoto.

Gli insegnanti che conobbi in quelle prime ore incarnavano alla perfezione il declino della categoria docente, già allora denunciato con tanta isteria da giornali e talk-show: stancamente amichevoli o studiatamente severi, chiassosamente irosi o in silenzioso rancore, apparentemente entusiasti o visibilmente seccati… Sul volto di ciascuno di essi, sottile ma inequivocabile, si stendeva un velo di grigia rassegnazione.

Dieci, venti, trent'anni, quelli migliori, vissuti in quella sorta di carcere, nel vano ma obbligato sforzo di impartire una qualche forma di concreta istruzione a innumerevoli, quasi sempre meschine creature, infantili in tutto tranne che nel candore, adulte in nulla all'infuori della libido sfrenata e della caparbia opposizione ad ogni forma di autorità che potesse frapporsi tra loro e l’immediato soddisfacimento dei loro istinti più vili.

Due, tre eccezioni nei casi più fortunati: deboli, precarie ragioni per non darsi totalmente per vinti, per non lasciarsi travolgere dalla melma in subbuglio.

Come capii meglio nei giorni seguenti, ero destinato a vivere un caso particolarmente disgraziato: infatti, il piccolo girone dantesco in cui mi trovavo stava conquistandosi, in fretta e senza rivali, il poco ambito titolo di peggior classe dell’istituto.

I professori, adattatisi al meglio a quell'atmosfera imperante, non si risparmiarono di certo, dando fondo alle proprie riserve d’aria in urla isteriche, e abbattendo senza pietà - e senza alcuna distinzione - la sopravvalutata arma della “nota disciplinare collettiva”.

Come potevano illudersi che un paio di striduli strilli e due righe d’inchiostro potessero fermare dei simili soggetti, la cui unica cura era forse la ghigliottina?

Nondimeno, collezionammo il considerevole numero di centoventisette richiami scritti già a metà del primo quadrimestre.

Come se ciò non fosse stato sufficiente, la mia esasperazione era esacerbata dal continuo confronto con la mitica sezione A, divenuta in breve tempo l’idolo dell’intero corpo insegnante: quindici alunni, quieti, disciplinati, dotati… e di ottima famiglia.

Sebbene non disponessi di quest’ultimo requisito, avrei ben potuto accedere a quel santuario, se solo l’avessi voluto: la mia fama di brillante alunno, certamente giunta fin lì, sarebbe stata una patente di nobiltà adeguata.

Eppure, la mia accidia omicida ebbe la meglio.
Pur di non sacrificare il pomeriggio all'orario prolungato seguito dall'Olimpo scolastico, mi condannai volontariamente a tre anni di esilio mattutino da qualsiasi forma di civiltà.


II.

In realtà, come già ai tempi delle scuole elementari, non potevo dire di essere del tutto isolato: nel corso dei mesi, infatti, complici i miei ottimi risultati e il mio atteggiamento esteriormente e pazientemente amichevole, mi ritrovai circondato da una vera e propria Corte dei Miracoli, composta - e non poteva essere altrimenti! - dalla feccia della classe, ovvero i più tardi di comprendonio, i più emarginati…

Il composito popolino, adescato da un aiuto nel compito di Matematica o più semplicemente da una parola gentile, mi si legò indissolubile, simile a una colonia di fiacchi molluschi su di un solido scoglio… benché lo scoglio in questione si sentisse un iceberg alla deriva.

Tra i molti soci della curiosa confraternita, spiccava senz'ombra di dubbio Samuela C., che a quel tempo ritenevo essere una delle creature più infelici del Creato.

Figlia a lungo attesa di una coppia di piccoli imprenditori, Samuela era la summa di ogni possibile difetto fisico e intellettuale: pressoché obesa, completamente miope, inconsapevolmente imbecille, e dotata di una voce tanto possente quanto urtante, la poveretta divenne ben presto il bersaglio principe di ogni burla, di ogni cattiveria; il suo astuccio, requisito di continuo da anencefalici aguzzini, iniziò a volteggiare per i cieli macchiati d’umido della nostra aula.

La disgraziata, tra l’altro, non faceva nulla per migliorare la propria posizione, anzi; giorno dopo giorno, mese dopo mese, sembrò abituarsi di buon grado a quelle insolite attenzioni, e tra lei e i suoi persecutori si creò una tacita, quasi affettiva interdipendenza.

Spesso avevo l’impressione che esasperasse di proposito i suoi stessi difetti, che fornisse lei stessa le armi con cui ferirla.

Per meglio presentarvi il personaggio, caro/a amico/a, citerò una delle tante sciocchezze da lei commesse.

La nostra aula - naturalmente la più squallida e inospitale dell’intero edificio scolastico - confinava, tragica antitesi, con la divina III A, che, come le altre due classi di quella sezione, sembrava raccogliere i migliori esemplari umani del Terzo Millennio: tutti alti, atletici, e vestiti all'ultima moda.

La buona Samuela, ormai affetta da un grave, inconscio autolesionismo, non poté fare a meno di invaghirsi follemente proprio di uno dei membri di quella razza superiore, un certo Giacomo (o Goffredo? non ricordo molto bene), il quale - è necessario dirlo? - non pareva essersi accorto dell’incendio da lui stesso scatenato in quel povero cuore rabberciato; con ogni probabilità, ignorava persino l’esistenza della proprietaria del cuore in questione.

Il patetico stallo si sarebbe potuto mantenere inalterato per settimane, forse per l’eternità, se il caso, aiutato da una buona dose di imbecillità, non fosse intervenuto.

Durante una lunga, pesante lezione di Educazione tecnica, Samuela decise molto opportunamente di dare una svolta alla propria vita, e, con l’aiuto di due compagne fidate e della involontaria connivenza del professore (troppo occupato ad attendere il ventisette per accorgersi di alcunché), diede fondo alla propria stentatissima abilità poetica, vergando, con mano tremula, una svenevole letterina amorosa - il cui contenuto si può ben immaginare.

Il tutto nell'indifferenza generale; ognuno badava ai propri affari, disseminando pro forma i banchi di righe, squadre e matite, mentre qualche fanatico (me compreso) si affannava a preparare la proiezione ortogonale richiesta, se proprio l’aveva a cuore.

Al primo suono della campanella, i più misero bruscamente fine alla miserabile messinscena, abbandonando i propri posti a tutta velocità, e senza degnare di un saluto l’ormai invisibile insegnante, dalla cui espressione crucciata un osservatore attento avrebbe potuto cogliere l’insoddisfazione per lo stipendio dannatamente basso.

Tra la mandria in fuga si fece avanti anche Samuela, trepidante, con la preziosa epistola stretta al petto…

… E un compagno, urtandola forse con un po’ troppa energia, la spedì, gambe all'aria, nel bel mezzo del corridoio; mentre l’innocente pezzo di carta, prillando impazzito, finì - che fortuna! - ai piedi dei suoi più spietati nemici.

Questi ultimi, dapprima, esitarono - avevano poca confidenza con scritti di qualunque tipo - ma la curiosità fu più forte, e, agguantato il foglietto, iniziarono a leggerlo…

I sorrisetti divennero ghigni, i ghigni risate, le risate sghignazzi, che denudarono senza pietà il segreto di Samuela davanti a non meno di cinquanta vili personcine.

Un’enorme ondata di derisione si schiantò sulla povera disgraziata, sommergendola senza possibilità di scampo.

Samuela rimase perfettamente immobile, il volto congestionato, gli occhi immensi, per circa venti secondi.

Poi, all'improvviso, belva ferita, fuggì lungo la scala che conduceva alla palestra.

Subito tutti le furono alle calcagna - compreso il professore, sebbene non avesse compreso nulla - e l’inseguimento si concluse davanti alla porta dello spogliatoio femminile, estremo rifugio della disperata.

Nelle due ore di trattative che seguirono, la calca attorno alla piccola stanza si fece sempre più frenetica, e si diffusero le voci più strane: gli amanti del dramma ritenevano che Samuela stesse tentando il suicidio, ma che - da quella perfetta incapace che era - stesse tirando la faccenda un po’ troppo per le lunghe; i più prosaici, al contrario, pensavano che la “patetica cicciona” stesse dando spettacolo come suo solito, ricoprendosi ancora di più di ridicolo; i più squilibrati, infine, giuravano - che orrore! - di aver intravvisto, durante una fugacissima apertura della porta, la terribile visione del corpo adiposo della nostra compagna - “Completamente nuda”, sostenevano.

Finalmente, dopo lunghissimi, estenuanti colloqui, la poveraccia fu evacuata a forza, più morta che viva, tra gli schiamazzi generali.

Se non altro, la piega imprevista degli eventi ci aveva evitato due grigie ore di Educazione artistica, cosa di cui chiunque in classe, anche il più perfido, le fu profondamente grato.

Il giorno dopo, l’augusta ed eccellentissima Signora Preside ebbe la compiacenza di scendere in mezzo a noi - squallide creature abbandonate da un Dio che le aveva generate per sbaglio - con la precisa intenzione di “avviare una riflessione matura, tra persone mature” riguardo al “disdicevole episodio” del giorno prima.

Perfettamente inguainata in un pretenzioso tailleur, la permanente impeccabile, tacchi altissimi, la semi-divina apparizione rifletté a lungo, nell'indifferenza pressoché totale della classe, sulla “mancanza di veri valori”, sul “valore della solidarietà”, sul “valore della comprensione reciproca”, tutti valori evidentemente in pesante ribasso presso la Borsa locale, indici ormai prossimi a chiudere con una cessione del cento percento.

Forte dei cenni di fiacco assenso del professore di turno, il Motore Immobile della scuola proseguì imperterrita nelle proprie contorte elucubrazioni, regalandoci l’emozionante volo pindarico dagli inenarrabili fatti del giorno precedente all'eccessiva vivacità di alcuni di noi, dall'eccessiva vivacità di alcuni di noi all'eccessiva vivacità generale, e dall'eccessiva vivacità generale a quella che lei riteneva essere la causa prima di ogni male scolastico: le famigerate macchinette per lo spaccio di merendine.

“Vedete, ragazzi… troppi zuccheri, troppi… per non parlare poi delle bibite, l’acqua minerale ad esempio… con tutti quei conservanti… chiaro che finite con il diventare iper… iper… iperattivi. Per questo ho deciso di eliminare quegli aggeggi infernali… portatevi un sano spuntino, una bella mela, per esempio… Bene… arrivederci… ehm… ragazzi”.

Detto ciò, con la tipica espressione di chi avesse appena compiuto un’incombenza ingrata ma necessaria, scomparve.

Vi fu un lungo silenzio.

Poi, dal fondo dell’aula: “Maledetta! Per colpa di quella s… della Samuela, niente più spuntini!”

Brusii di approvazione da parte di molti altri.

Quindi, la replica del professore: “Non si dice della Samuela, si dice di Samuela, perdiana!”

E il poveruomo si accasciò sulla cattedra, privo di forze.


III.

Gli ultimi mesi del terzo - e fortunatamente, ultimo - anno di scuola media portarono nella mia vita quotidiana qualche piccola, sgradevole novità.

La prima, più evidente, fu l’esilio perpetuo della mia classe dalla sede centrale dell’istituto, e il conseguente insediamento in una piccola, maleodorante succursale, ricavata in fretta e furia da alcuni fatiscenti edifici comunali poco distanti.

Le improvvisate dichiarazioni ufficiali della Preside adducevano a causa dell’allontanamento una problematica strutturale della sede centrale, specie dell’aula occupata dalla classe in questione.

In realtà - e più di un professore ce lo gridò in pieno viso, senza mezzi termini, durante l’ennesimo alterco - la nostra deportazione era dovuta alle continue, pressanti lamentele dei genitori di alunni delle altre classi, i quali, dopo l’ennesimo disastro provocato da un nostro compagno (servizi igienici appena utilizzati, una dozzina di petardi - e non aggiungo altro) avevano presentato una vera petizione alla Presidenza, chiedendo il bando di quello che definivano un branco di maniaci.

Nessuno parve comprendere come la “banda” tenesse in ostaggio almeno una decina di bravi ragazzi - me compreso - che certamente non meritava di essere ancor più ostracizzata.

Tant'è.

Così, in una grigia e piovosa mattinata di marzo, prendemmo possesso della nostra nuova aula.

Non appena la porta ci fu spalancata davanti, mi si strinse il cuore.

Si trattava di uno stanzotto di forma pressappoco cubica, dalle pareti grigie e disadorne, la cui monotona, monolitica presenza era a malapena ravvivata da qualche minuscola finestrella; il pavimento, brulicante di pulviscolo, era occupato quasi per intero da una schiera compatta di banchetti asfittici, angusti, più adatti ad una scuola materna; tra una seggiola e l’altra, uno spazio vitale ridottissimo, appena sufficiente per non cadere asfissiati.

Vi fu un brevissimo istante di silenzio.

Poi, la massa informe dei miei compagni si abbatté furiosamente su quel misero alloggio, nel vuoto tentativo di accaparrarsi i posti migliori - ammesso che ve ne fossero.

Sospirando, mi accasciai sulla prima sedia disponibile, preparandomi ad affrontare una primavera molto, molto infuocata.

E lo fu, complice l’avvicinarsi sempre più sinistro dei terribili esami di licenza media.

L’ennesimo Ministro dell’Istruzione, infatti - al solito ben intenzionato e con troppo tempo libero - si divertì a introdurre nella procedura d’esame una nuova, brillante trovata.

Il collegamento interdisciplinare multiplo.

Una perifrasi complessa e volutamente ampollosa per annunciare che da allora in poi la prova non sarebbe più consistita nella tradizionale interrogazione-interrogatorio, a botta e risposta, come veniva ora definita con disprezzo. 

Si sarebbe invece trasformata in un percorso interdisciplinar-personalizzato, nel quale ciascun candidato avrebbe dovuto costruire un intreccio di tutte le discipline, collegate l’una all'altra da un comune framework tematico.

Stupefacente.

Ripensandoci ora, credo che l’allora Ministro non avesse mai conosciuto una classe come la nostra.

Come pretendere che quelle teste vuote potessero anche solo concepire un “percorso tematico”, loro che neppure erano in grado di distinguere i punti cardinali sulla carta geografica?

Un caso disperato.

Partì così la disperata corsa contro il tempo dei professori, costretti dalle circostanze a ideare, sviluppare e inculcare a forza nelle menti degli allievi delle dissertazioni almeno accettabili, ruminando tra le meningi fumanti, ostinandosi al voler collegare tra loro discipline distantissime come Educazione fisica e Geografia, infuriandosi davanti all'inevitabile fallimento, quindi odiando il Ministro esigente, gli alunni incapaci, e in ultima analisi se stessi.

I miei compagni - perfidi - gongolavano, e probabilmente più d’uno ringraziò in cuor suo il caro Signor Ministro per quel nuovo, raffinato strumento di tortura da usare contro gli insegnanti.

Aprile e maggio volarono letteralmente, travolti dal vortice dei programmi da ultimare, delle prove da sostenere, dagli insufficienti da recuperare (e naturalmente dei “percorsi” da progettare).

La situazione era comprensibilmente sempre più tesa, e nessuna delle due parti, al di qua e al di là della cattedra, sembrava intenzionata a proporre una tregua. 

La piccola aula soffocante, che neppure nei suoi giorni migliori doveva essere stata un luogo ameno, assunse ogni giorno di più i connotati di una bolgia infernale, e i miei compagni se ne dimostravano degni abitanti. Inventavano al momento canzonette sconce, camminavano sui banchi, ignoravano con diligenza ogni richiesta, banchettavano senza ritegno, introducevano alcolici di contrabbando, e, una volta brilli, improvvisavano delle danze tribali, sotto gli sguardi ammutoliti della parte sana della classe e del tutto incuranti delle urla tonanti del professore di turno, che al più si limitava a distruggere la propria scrivania a suon di manate, sbraitando senza senno, per abbandonare poi la scolaresca in fiamme allo sfortunato collega dell’ora successiva.

Il fondo lo toccammo alla vigilia della temutissima prova.

Quel giorno, purtroppo, il caso volle che all'ultima ora di lezione, al posto della professoressa di Matematica - una delle poche persone che riuscisse a tenere a bada la mandria scatenata - ci fosse immolata la giovane e inetta collega di Educazione Artistica, la quale, al contrario, era una delle vittime predilette della malefica scolaresca.

Con il volto coraggiosamente atteggiato ad una vaga autorevolezza, la poveretta si sedette alla cattedra, forse nella speranza di conservare un maggiore autocontrollo, e, afferrato il registro con mano esitante, cominciò a fare l’appello - cosa del tutto superflua, ma forse proprio per questo necessaria ai suoi nervi scossi in partenza.

Man mano che la sua flebile voce - a quel punto persino strozzata - scandiva lentamente i vari cognomi, accadde qualcosa di assolutamente inaudito.

L’aula piombò nel più completo silenzio, come d’incanto.

La professoressa continuò imperterrita a scorrere la lista, probabilmente incredula di fronte a quell'inatteso successo, ma da alcuni sintomi quasi impercettibili era possibile intuire il netto miglioramento del suo equilibrio psichico: la sua voce si fece meno tremula, i gesti più misurati, lo sguardo meno avvilito. 

Da ultimo, un piccolo sorriso illuminò debolmente il suo volto.

Posato il registro, la giovane martire rimase per qualche istante in muta contemplazione, forse lodando nell'anima sua la generosità dell’Altissimo, quindi indugiò un poco con gli occhi sul libro di testo, valutando la possibilità, per la prima volta in tre anni, di fare seriamente lezione.

Per alcuni minuti, una lieve smorfia del viso rivelò il conflitto interiore tra speranza e disillusione, coraggio ed esitazione.

Chiuse gli occhi,

Strinse debolmente i denti.

Afferrò il libro. 

Lo aprì.

Rimase ad occhi chiusi e mascelle serrate per due, tre secondi, in attesa della terribile reazione degli allievi, che già tante volte l’aveva travolta come un fiume in piena.

Dietro alle sue palpebre guizzanti, potevo scorgere l’angoscia paralizzante, poi l’attesa vagamente stupita, poi la tiepidissima illusione, quindi la fondata persuasione, infine l’assoluta certezza.

Il cataclisma non si era verificato.

Non si era verificato!

Un’onda di euforia travolse la poverina dall'interno, restituendole un istantaneo e incontenibile entusiasmo, che letteralmente la costrinse a balzare in piedi.

Per quasi un’ora, la brava ragazza dissertò con passione di colori primari, secondari e terziari, di forme pure, di forme composite…

Di tanto in tanto cercava con gli occhi una mano alzata, uno sguardo interessato, una richiesta di chiarimenti, un commento, e rimase forse un poco delusa dalla nostra attenzione apatica.

Dopotutto, era già stato compiuto un gran passo in avanti, e non era il caso di pretendere troppo.

Finalmente, all'avvicinarsi del suono della campanella, si acquietò con un sospiro di gratitudine, e ricadde quasi esanime sulla sua sedia, sopraffatta dall'emozione.

All'improvviso, un piccolo manipolo di miei compagni si avvicinò alla cattedra, con un’espressione che non mi piacque.

La sfinita e commossa professoressa, invece, non sembrò nutrire alcun sospetto, e con voce carezzevole si rivolse agli inaspettati visitatori:

“Cari ragazzi… posso aiutarvi?”

Si fece avanti uno di loro, a prima vista con grande timidezza:

“…Professoressa, noi volevamo dirLe che…”

“Dirmi che…”

“Vogliamo che Lei sappia che…”

“…Che?”

Un fulmine sembrò attraversare l’aula:

“Che le sue lezioni sono delle emerite s……, e che lei è un’autentica p……!”

Un silenzioso boato riecheggiò tra le pareti.

“Per questo, cara la mia s……, vogliamo farLe un bel regalo… ih, ih!”, proseguì il capobanda.

Alle sue parole, dalle retrovie della classe partì una gragnola di improvvisati proiettili. 

Gomme da cancellare, matite, piccoli sassi, astucci… tutto divenne un’arma da utilizzare contro il nemico già sconfitto.

Conservo pochi ricordi di quanto accadde subito dopo; probabilmente la baraonda si fece sempre più incontrollabile, finché, se non erro, un piccolo gruppo di professori riuscì a fare irruzione nello sconvolto stanzotto.

Trovarono la loro giovane collega rannicchiata al di sotto della cattedra, le mani serrate alle orecchie, in preda ad un morboso dondolio. 

Ripeteva, in continuazione: “Non sono in grado, sono un’incapace… aiutatemi!” con una voce che avrebbe annichilito il cuore più duro.

Dopo una buona mezz'ora di penosissimo stallo, la misera larva che fino a poco prima era stata la nostra insegnante fu portata via a braccia, in un silenzio tombale.

La porta si richiuse dietro a quel tristissimo spettacolo, lasciandoci a confronto con il volto truce della professoressa di Inglese.

La brava donna, dopo aver scosso la testa per dieci minuti buoni, esplose:

“Voi… voi non siete degli esseri umani! Siete degli animali! Anzi, di peggio; perché neppure le bestie sono tanto feroci con i propri simili!”

Vi fu un attimo di silenzio.

Poi, dalla retroguardia, un’ovazione primordiale e assurda:

“Urrà!”

Solo il rapido intervento dei Carabinieri, allertati da chissà quale anima buona, poté impedire che la nostra aula si trasformasse nel teatro di una cruenta carneficina.


E questo è quanto - e non ho dovuto neppure alterare di molto la realtà, credetemi!

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