#GiovaniDiOggi - un raccontino


Per l'appuntamento di oggi, niente fatti di cronaca, né geremiadi.

Al loro posto, un raccontino scritto diverso tempo fa - e che forse parla tanto dei #GiovaniDiOggi quanto di quelli di ieri.

Buona lettura!


CONFERENZE & CONFESSIONI



“Prego, signora Feuilleton, a lei la parola”.

Nell'indifferenza generale, Costanza Feuilleton, tardiva promessa della letteratura popolare, si accingeva a dare inizio al suo discorso sulla grande arte dello scrivere.
Era una donna imponente, vestita con grande ricercatezza: indubbiamente brillava come un elemento inedito tra le bigie mura dell’auditorium di quell'istituto superiore di provincia; eppure esitava a rivolgersi al suo freddo pubblico, costituito da adolescenti tediati, rumorosi, del tutto disinteressati, e orgogliosi di esserlo; tra loro, come piante anemiche, si levavano alcuni insegnanti dai volti inespressivi, concentrati a ridurre al silenzio la massa degli alunni con sibili e mormorii di riprovazione, deboli ruscelli inutilmente dediti a domare mille focolai.

Ma chi era Costanza Feuilleton?
Nata a *** all'incirca sessant'anni prima (la data esatta era appannaggio di pochi eletti), la brava donna si era dedicata ella stessa, per anni, alla nobile ma poco gratificante professione d’insegnante, esperienza che aveva incrinato non poco il suo giovanile entusiasmo per le nuove generazioni.
Trovatasi a riposo, priva di figli per cui trepidare, con un marito tanto devoto quanto svagato, e grandi progetti -  più l’ottimismo per illudersi di poterli condurre a buon fine - la gentile signora si era votata alla letteratura.

Tale appassionata ma tardiva unione era stata coronata dalla venuta al mondo di ben sette romanzi, storie di vita contadina e di antiche tradizioni locali, nulla di particolarmente significativo; ma sufficiente affinché la sua presenza venisse contesa ferocemente tra i licei e gli istituti della zona, lacerati tra il desiderio di proporre incontri memorabili ai propri alunni, e la crudele consapevolezza dei pochi fondi a disposizione per tali lodevoli iniziative; non pochi, oltretutto, avevano cortesemente fatto notare come ben altre urgenze, specie di carattere edile, dovessero impensierire presidi e provveditorati.

Ecco spiegata la presenza del singolare personaggio.

Fosse conscia o meno di tali occulti disegni, la signora Feuilleton decise di dare il meglio di sé, e per ben due ore credette di incantare l’uditorio con il suo manierato panegirico della scrittura, somma forma di espressione della personalità, splendida occasione per rivalutare i valori morali del passato, onesto tentativo di ricollocarli nell'attualità…

Ignara degli scherni malcelati dell’indegno pubblico, dimentica della diffidenza dei consunti carcerieri, la brava donna non trascurò nessun artificio retorico, e, unendo in un tutt'uno qualità e quantità, si lanciò in metafore ardite, alti voli pindarici, dichiarazioni colme di pathos…
Al termine della sua avvincente apologia (ai suoi occhi di certo lo era stata), chinò involontariamente il capo, in attesa di un fragoroso applauso.
Che mai si udì.

Demoralizzata, ma non sconfitta, Costanza Feuilleton ricorse all'ultima arma che la civiltà oratrice sempre fornisce al conferenziere ormai privo di risorse.
“Qualcuno desidera rivolgermi delle domande?”

Un brusio indistinto si diffuse tra il pubblico: dopo brevissima consultazione, alcuni ritennero opportuno prolungare l’incontro (interrogazioni e prove scritte non erano un’alternativa piacevole), e si sforzarono di formulare domande sensate, alle quali la cortese signora rispose benevolmente.
Ma ben presto esse si esaurirono.

Scesero quindi nell'arena alcuni insegnanti (lezioni da esporre e alunni da interrogare non erano un’alternativa piacevole), e si impegnarono a elaborare quesiti altrettanto validi, cui la signora Feuilleton diede gentile ed esauriente riscontro.
Ma anch'essi terminarono.

Quando ormai ogni speranza sembrava perduta, e ciascuno si preparava tristemente a lasciare il simposio per tornare ai consueti doveri, si levò, dal fondo dell’aula una voce discreta, debole, e tuttavia appartenente ad un personaggio né incerto né indebolito. 

L’insolito nunzio, un’esile insegnante dall'aria pragmatica, ripeté la propria domanda:
“Vorrei sapere: perché siamo qui?”
Risate, commenti poco lusinghieri. La signora Feuilleton non si scompose.
“Siamo qui per parlare di letteratura, professoressa”, replicò.
“Parlare di letteratura? Cui prodest?”
Innaturale silenzio.

“A chi giova?”, tradusse quindi l’insegnante, con voce esausta.
“Ma è ovvio… Ai nostri giovani, naturalmente”. Costanza Feuilleton iniziava a sentirsi a disagio.
“I nostri giovani…” ripeté sarcasticamente la professoressa. “Pensa che ai nostri giovani interessi il suo lavoro? Non si illuda. I ragazzi presenti in quest’aula non si preoccupano neppure di leggere la composizione degli stupefacenti che acquistano davanti alla scuola”. Breve pausa. “Se ne rende conto, madame?” sorrise sprezzante.

Sull'auditorium piombò nuovamente un silenzio soprannaturale, rotto ben presto da un variegato mormorio: tra i colleghi della singolare insegnante ricorreva la parola “folle”, mentre gli alunni sghignazzavano e attendevano gli sviluppi di quell'inedita situazione.
Costanza Feuilleton, intanto, era riuscita a riprendersi da un principio di infarto, e si era aggrappata alla scrivania riservatale.

Improvvisamente, nel suo animo, la scrittrice lasciò il posto alla combattente di un anno lontano - celebrato ed esecrato insieme - e, rimembrati gli ardori giovanili e gli aneliti adolescenziali, decise di non lasciare impunito un simile attacco ai suoi sacri valori.

“Stirpe esecranda! La riconosco! Lei è un’onta per la nostra categoria! Lei, in attesa del ventisette! I nostri giovani, malgrado le apparenze, desiderano migliorarsi, e migliorare il mondo! Essi, per primi, sono coloro che desiderano il sapere! Lei è semplicemente negligente! I nostri giovani…”

“Si ricomponga”, ribatté gelidamente l’insegnante “e metta da parte l’apologia della gioventù, ché la sua è trascorsa da diverso tempo”.

Costanza Feuilleton si avventò nuovamente sull'avversaria: “Dunque lei è una Verneinerin, una negatrice della forza, della bellezza, della giovinezza. Non è forse invidia la sua?”

Prima di controbattere, l’avversaria attese un poco; poi, con voce esausta: “Sappia, signora, che io ho la sventura di esercitare la mia professione da ormai trent'anni, e di aver potuto confortevolmente assistere al disfacimento del genere umano; oh, ricordi passati! Nei miei primi anni di insegnamento conobbi giovani zelanti, rigorosi, coscienziosi, beneducati: condurli ad un più alto livello del sapere fu per me motivo di orgoglio. Ma sarebbe forse stato meglio che io non avessi conosciuto nessuno di loro; perché grande fu il mio dolore nell'assistere, anno dopo anno, alla decadenza delle nuove generazioni.”

Tutto intorno a lei era silenzio; sembrava che nessuno fosse in grado di seguire l’appassionato discorso dell’ignota insegnante (e in effetti tale impressione non era errata; come potevano i suoi allievi, ormai assuefatti dalla sintassi irregolare e dall'ortografia approssimativa, comprendere una simile orazione, più consona, nello stile, ad un ministro del lontano governo Depretis?); ancora meno energicamente, ella riprese il suo monologo: “La gioventù è ormai corrotta fino alla radice; modelli culturali aberranti, genitori e insegnanti più pavidi, e il lassismo imperante hanno prodotto tale ammirevole risultato”. Sospirò: “Nel corso di questi ultimi anni, con sempre maggiore difficoltà, ho cercato di non lasciarmi travolgere dal nuovo corso, e ho mantenuto immutati i miei principi, mostrando severità, ma soltanto verso i colpevoli; eppure, il mondo intero, intorno a me, ha reagito con riprovazione: nessuno desidera che l’esempio altrui gli mostri il proprio errore…”. 

Fece una piccola pausa, poi continuò: “Ma non voglio divagare: in sostanza, ritengo di non essermi sottratta di fronte ai miei doveri: letture elevate, conferenze, discussioni… Tutto si è rivelato inutile: oggi, almeno nella mia classe, si è - così si suol dire - toccato il fondo: un mio allievo si è permesso di emettere… una flatulenza! Davanti ad un’altra insegnante! E quella disgraziata (mi si perdoni i termini poco aulici che son costretta a usare) non ha minimamente reagito! Ecco il frutto di tante fatiche: Shakespeare, Moliére, Goethe, Foscolo… Conferenze sulle tematiche ambientali, sui grandi argomenti politico-economici… Progetto Conosci te stesso, Progetto Acqua bene prezioso… Lettura di quotidiani in classe… Nulla ha potuto scuoterli dalla loro abulia. E lei crede, con le sue storielle di mondine, bovari e contadini, di poter riuscire dove io ho fallito? Lei è un’illusa”.

Detto questo, uscì rapidamente dall'auditorium, e scomparve. 

La campanella annunciò la fine delle lezioni: l’intervento della professoressa aveva occupato l’ultima ora, scongiurando interrogazioni e compiti in classe.
Gli altri professori, vociando tra loro, si avviarono verso l’uscita, seguiti a ruota dalla maggior parte degli alunni.

Costanza Feuilleton, l’animo devastato, fuggì dall'aula in preda al pianto.

Una ragazza, vedendola disertare disonorevolmente, la additò ad una compagna, sogghignando: “La professoressa *** è davvero terribile: ogni volta che viene organizzata una conferenza, trova il modo di annientarne l’ospite d’onore… deve considerarlo un grazioso diversivo”.
“Francamente me ne infischio; l’unica cosa che mi interessi è di essere scampata all'interrogazione di Scienze”.
Continuando a cicalare allegramente, le due si incamminarono per il corridoio.

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