I Social e il Razzismo invisibile


Sì, ho deciso di iniziare la settimana con un tema piuttosto impegnativo, lo ammetto.

Razzismo e social media - cosa c'è di più attuale, fra l'altro?

Oggi, però, non è delle sue manifestazioni più grevi ed evidenti, di quelle che si nutrono di ansietà, cronaca nera e generalizzazioni spicciole, che vorrei parlare con voi.

Mi riferisco invece a quella discriminazione più o meno palese che spesso vedo portare avanti proprio da chi, almeno in teoria, rigetta pregiudizi e xenofobia.

Una forma di razzismo che a ben vedere va al di là di considerazioni sul colore della pelle o sulla religione di appartenenza - e che infatti colpisce spesso anche utenti occidentali.

Dove l'ho notato per la prima volta?

Sulla versione anglofona di Quora, il sito di Q&A che frequento ormai da un anno o giù di lì.

Esempio tipico.

Un utente da qualche Paese del Terzo Mondo, dove l'influenza della fede o delle medicine tradizionali è ancora forte, pone qualche domanda sulla piattaforma - un quesito che a noi utenti europei o americani può sembrare ridicolo, ma che per lui può anche essere fonte d'ansia.

Ecco allora farsi avanti un altro iscritto, bianco, occidentale, spesso con una laurea... che credendo forse di fare ironia deride senza pietà le credenze errate del primo user, facendolo passare per un povero diavolo prigioniero di un popolo barbaro e lontano anni luce dal nostro illuminato milieu.

Secondo voi, come si può sentire l'incauto latore della domanda?

Come minimo, preso in giro - nella peggiore delle ipotesi, insultato e considerato un essere umano di serie B: e quali sentimenti possa maturare per l'Occidente da quel momento in poi non è difficile indovinarlo.

Tuttavia, come dicevo, non è necessario andare così lontano per trovare altri casi simili, anzi.

Altro esempio.

Un utente esprime le proprie convinzioni politiche/culturali/personali... e subito qualche sedicente esperto si lancia nel demolirle, sempre sfoggiando un livello di sarcasmo intollerabile e un senso di superiorità che forse gli guadagneranno qualche like in più, ma che non gli regaleranno una buona reputazione, a lungo andare.

In entrambi i casi, è chiaro come persone del genere, tanto orgogliose delle proprie conoscenze, delle proprie idee progressiste e dei propri gadget hi-tech non dimostrino neppure il minimo sindacale di empatia nei confronti di chi si trovano davanti.

Non si fermano a pensare a come sarebbe la loro vita oggi, se fossero nati in un altra parte del Mondo, o in una famiglia con minori possibilità economiche.

Non si rendono conto che il loro impegno nel costruirsi una cultura e una carriera, per quanto degne di lode, sono sempre funzione di quella variabile assolutamente indipendente, che si suole chiamare CULO (passatemela, dài), e che ci ha portati a vivere qui e non altrove, ad andare a scuola e non in mezzo ai campi, in un Paese civile e non in mezzo alle bombe.

Pensarci, ogni tanto, non farebbe male - e forse aiuterebbe anche questi signori a usare meglio i social media, rimettendo in circolo le informazioni e i consigli che a loro volta hanno ricevuto, invece di giocare ai piccoli Robinson Crusoe.

Insomma, anche sul Web razzismo e discriminazione assumono mille facce, e non basta dirsi "anti-razzista" per esserlo davvero.

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