#LibriPerOggi - "La mediocrazia" di Alain Deneault


Come promesso, eccoci ad un nuovo incontro con i #LibriPerOggi.

Ci sono libri che pur non potendo competere con i best-seller di grido, diventano così popolari all'interno del proprio network di amici e conoscenti da farti desiderare di darci almeno un'occhiata.

Nel mio caso, La mediocrazia (2015) del filosofo canadese Alain Deneault rientra perfettamente nella categoria.

Fin dai primi accenni apparsi qua e là su LinkedIn all'indomani del suo arrivo nelle librerie italiane, a metà del 2016, ho avvertito la curiosità di saperne di più, di scoprire se i giudizi per lo più entusiasti sull'opera fossero genuini o semplice frutto di una "moda" favorita dal dibattito sempre attuale sulla mediocrità percepita dei nostri politici, ma destinata a spegnersi in poco tempo come un meme qualsiasi.

Tuttavia, come spesso accade, fra un progetto da portare avanti, altri volumi da smaltire già pronti sul comodino e le solite varie ed eventuali, l'ambito scritto è arrivato nelle mie mani soltanto poco tempo fa.

Per fortuna, l'attesa non aveva scalfito il mio interesse, anzi; tant'è che in un paio di giorni l'ho divorato (aiutato in questo anche dalla mole non proprio paurosa, poco più di duecentoventi pagine).

Come l'ho trovato?

Be', molto diverso da ciò che mi aspettavo - ma allo stesso tempo per nulla deludente, tutt'altro.

L'autore, infatti, lungi dall'offrirci una sarcastica carrellata di brutte esperienze aziendali e di casi psicologici conditi da humor al vetriolo (più o meno ciò che mi aspettavo visti i commenti letti su LinkedIn), ovvero dal mettere alla berlina i mediocri di cui parla, ci presenta un'ampia veduta d'insieme sugli ambienti in cui essi si trovano a operare (dalla Politica alla Finanza, dagli Atenei alle Arti) e soprattutto sulle cause di tale deriva.

Lo fa con una prosa chiara e discorsiva, basandosi su una numerosa e rigorosa documentazione, dal lavoro di studiosi precedenti fino ai fatti di cronaca canadesi (ovviamente più noti al filosofo) ma anche internazionali (dalla ricostruzione post-terremoto di Haiti al conflitto d'interessi all'italiana).

Lo fa anche saltando un po' troppo di palo in frasca nel passaggio da un ambito d'analisi all'altro, e di quando in quando dilungandosi su aspetti non proprio centrali, devo ammettere; ma mai al punto da farci perdere di vista la tesi di fondo.

Già, il nocciolo della questione - quale sarebbe, secondo Deneault? 

Eccolo, in parole povere: l'incontro fra le esigenze dei grandi capitali (ovvero di chi li possiede e gestisce) e il progresso tecnologico ha prodotto un sistema - un regime, nelle parole del filosofo - per la preservazione del quale è necessario relegare ai margini non solo coloro che si dimostrano palesemente incompetenti, ma anche (soprattutto?) i più brillanti, o anche chi semplicemente potrebbe proporre idee e metodi diversi, divergenti dalle pratiche standard.

Un contesto la cui colonna portante diventa per forza di cose la schiera dei mediocri, ovvero di coloro che possiedono le skill operative richieste dal proprio ruolo, e si limitano a esercitarle senza uscire dagli schemi prestabiliti - quasi più macchine che persone.

Una situazione in cui la Politica pubblica cede il posto ad una Governance di tipo aziendale, in cui la Ricerca, benché ancora largamente finanziata dai contribuenti, viene subordinata agli interessi di lobby e oligopoli vari, in cui la Comunicazione è tesa a mettere in ombra o persino a rendere accettabili, in quanto parte del gioco, gli aspetti negativi dell'assetto socio-economico; e dove persino l'Arte e gli artisti possono essere "reclutati" per un'opera di sedazione sociale.

Un appiattimento generale che nel dibattito politico si concretizza nell'esistenza più o meno esplicitata di un Grande Centro semi-amorfo, mentre nella vita quotidiana si palesa in varie forme di conformismo.

Un vero e proprio totalitarismo strisciante, secondo Deneault, perché a prescindere dal carattere "moderato" assunto, esso dimostra, per quanto in forme meno cruente, la stessa intolleranza verso la non-conformità di altri sistemi politici del passato, come il Nazifascismo e il Comunismo.

La soluzione?

Prendere atto della trasformazione già avvenuta nei nostri sistemi politico-economici e avviare una resistenza dall'interno, promuovendo la solidarietà fra tutte quelle realtà che, pur in posizione di minoranza, continuano a elaborare e a proporre modelli alternativi.

Lettura tosta, senza dubbio - ma anche molto coinvolgente.

Nonostante l'autore abbia a mio avviso trattato alcuni temi di sfuggita (immigrazione, populismi) e praticamente ignorati altri (ad esempio, con mio stupore, il ruolo dei social media), ne ha toccati altri meno discussi ma altrettanto interessanti (molto illuminante, e allarmante, ad esempio, il suo excursus sui software di brokering ormai diffusi presso le Borse di quasi tutto il Mondo), offrendo molti spunti di riflessione.

Ad alcuni potrà apparire catastrofista, ad altri almeno pessimista - ma penso che tutti i lettori di La mediocrazia possano dirsi d'accordo su di un punto: non lascia indifferenti.

Anche solo per questo, penso valga la pena di dargli una chance.

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