#LibriPerOggi - La morte dei classici?


Quando si parla di libri, non è raro parlare di classici.

Un tempo, con questa parola ci si riferiva soprattutto a romanzi destinati ai ragazzi, e quasi tutti scritti fra l'Ottocento e il primo Novecento - L'isola del tesoro di Stevenson, Il Canto di Natale di Dickens, le avventure di Sandokan scritte da Salgari, quel polpettone melenso di Cuore di De Amicis...

Titoli che ora sembrano in buona parte dimenticati.

Una seconda ondata di classici, invece, in gran parte composta a metà del secolo scorso, gode ancora di buona salute, anche grazie ad adattamenti cinematografici di grande successo che ne hanno rilanciato la notorietà (e le vendite) fra i più giovani e non solo: è il caso ad esempio di celebri titoli del genere fantasy come Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien e Le Cronache di Narnia di C. S. Lewis.

E adesso?

Siamo ancora nell'era dei classici?

O meglio: la nostra epoca sarà in grado di crearne di nuovi?

Seguendo i blogger di settore e le novità editoriali, la risposta mi sembra negativa, per due motivi.

Prima di tutto, per una questione di quantità: oggi, infatti, anche grazie alle nuove tecnologie, molte più persone (io compreso) possono permettersi di veder pubblicato il proprio lavoro e di tentare la fortuna come autori.

Il che da un lato è un'ottima cosa, almeno secondo me; ma dall'altro, significa che ogni giorno decine e decine di nuove opere, in formato cartaceo o digitale, si aggiungono ad un mercato sempre più saturo, mentre il numero di potenziali lettori, e soprattutto le loro risorse finanziarie, restano invece limitati.

Il che significa che, salvo eccezioni, ciascun romanzo potrà "fare presa" solo un gruppo ristretto di lettori, prima di essere scalzato nel giro di qualche settimana da nuovi libri destinati a seguire la stessa parabola.

Non solo: la crescita esponenziale delle opere in circolazione implica anche un aumento altrettanto significativo delle opere di bassa qualità, delle ciofeche, per intenderci.

E più libri di scarso livello raggiungono il pubblico, più la percezione di quest'ultimo nei confronti degli scrittori 2.0 è destinata a deteriorarsi.

Ormai possono scrivere cani e porci, e si credono tutti grandi autori - quante volte lo si sente o si legge in giro?

Non è esattamente il clima di fiducia necessario alla nascita di nuovi volumi immortali, vero?

Il secondo aspetto da considerare, poi, è la velocità con cui ormai cambiano i tempi.

Se un tempo il divario generazionale era più contenuto, oggi tutto va molto più veloce - basta farsi un giro per la Blogosfera o su YouTube, ad esempio, per vedere moltissimi ventenni guardare dall'alto in basso i gusti musicali, letterari o di altro genere dei loro fratelli quindicenni!

Lo stesso concetto di "generazione" sembra aver assunto un significato sempre più ristretto: ormai anche una differenza d'età di pochi anni può rappresentare una diversità di vedute importante. 

Certo, quei libri che secoli o decenni di fama hanno ormai consacrato come classici conserveranno probabilmente per sempre il loro status, ma per i libri di oggi non è lo stesso.

Per dire, ciò che fa sognare le quindicenni di oggi forse non parrà niente di eccezionale già alle quindicenni del 2025, che a propria volta saranno invece tutte prese da un altro romanzo ancora.

Si tratta di un bene, di un male?

Difficile dirlo con certezza: per quanto mi riguarda, però, si tratta semplicemente di uno scenario diverso, forse più adatto alla nostra epoca.

Forse i libri del futuro non saranno destinati a ispirare dieci generazioni diverse, ma solo quella per i quali saranno stati scritti in quel dato momento.

E potrebbe andare benissimo anche così - l'importante, almeno secondo me, è che la Letteratura non cessi mai di svolgere i suoi compiti: intrattenere, emozionare, e soprattutto far pensare.

Certo, forse l'ego di chi scrive (*cough, cough*) ne soffrirà un po', comprensibilmente: ma quella è un'altra storia!

E voi, siete ancora affezionati ai Classici? Li ritenete ancora importanti e insostituibili? 


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