LinkedIn e il killeraggio dei contenuti esterni



LinkedIn...

Un passo in avanti, uno indietro e due di lato.

Neanche il tempo di rallegrarsi (con riserva) della riscossa dei Gruppi ed ecco un'altra mossa a sorpresa - e che non piacerà a nessuno degli utenti, temo.

A cosa mi riferisco?

Provate a dare un'occhiata a quest'immagine:


Non notate niente di strano?

Ebbene sì - nessuna immagine in anteprima: eppure l'articolo di foto ne aveva eccome, e di solito si vedono!

Cosa è successo, un errore tecnico? Qualche problema con l'URL di quello specifico post?

È quello che ho pensato anch'io.

Peccato solo che giorno dopo giorno, link dopo link, la cosa si ripetesse: titolo e incipit riportati in modo corretto, ma nessuna figura, non importa quante ne avesse il pezzo originale.

Poi, pensandoci su, mi è tornato in mente un post molto interessante letto qualche tempo fa su jeffbullas.com - nel quale l'autore, Henry Foster, analizzava il successo (nello specifico, il numero di "mi piace") di quattrocento post di utenti particolarmente influenti sulla piattaforma.

Fra le conclusioni, una in particolare mi aveva già dato da pensare: in base al breve studio, infatti, gli aggiornamenti che contenevano un link avevano ottenuto una performance di circa il 38% inferiore alla media, mentre i contenuti senza link avevano avuto un risultato di oltre il 26% superiore alla media.

Insomma, concludeva Foster, i link penalizzano.

A questo punto, ho pensato, resta da capire il perché - e non ci è voluto molto per arrivarci!

Una sola parola: Facebook.

Nuovo feed a parte, la piattaforma di Mark Zuckerberg è da tempo nota per la sua tendenza a trattenere gli utenti al proprio interno il più a lungo possibile - ergo, a impedire loro di scappare via, magari cliccando su qualche collegamento esterno condiviso da altri.

Rieccoli, i link!

Proprio per questo, si dice da tempo, il buon vecchio Faccialibro penalizza tutto ciò che porta verso altri siti, favorendo invece ciò che induce gli iscritti a restare (Simone Bennati ne parlava già a fine 2016, ad esempio).

In pratica, gli status con collegamenti ad altri spazi web sono semi-neutralizzati con una reach molto ridotta.

A questo punto, non penso sia strano supporre che LinkedIn, per tenere legati a sé i propri utenti, abbia adottato una strategia simile - un piano di cui l'anomalia che ho notato in questi giorni non è che un passo ulteriore.

Non potendo impedirci di condividere link, può essere che Jeff Weiner e soci stiano tentando di renderli sempre meno evidenti e appetibili, togliendo loro ciò che più facilmente potrebbe attirare l'attenzione degli utenti (e indurli a cliccarci sopra): le immagini.

È inutile che perdiate tempo a scegliere la vignetta più simpatica o la fotografia più spettacolare, sembrano dirci, tanto su LinkedIn non la vedrà nessuno! Andate da qualche altra parte a spammare la vostra roba...

Una mossa comprensibile - ma anche stupida, e potenzialmente dannosa, secondo me.

Perché?

Be', se siamo sinceri, ammetteremo che uno dei principali motivi per i quali usiamo i social media è proprio quello di condividere ciò che facciamo o diciamo - il che, in buona parte, coincide con quello che scriviamo, disegniamo o registriamo sui nostri blog o su altri siti web.

Ora, con Facebook sempre più ostile, sembrava che LinkedIn e i suoi gruppi redivivi potessero diventare una valida alternativa, almeno per aziende e professionisti.

Certo che se i nostri link li strapazzano così, però... il gioco non vale più la candela.

Eh, ma loro vogliono che passiamo più tempo sulla piattaforma, si dirà.

Ovvio, ci mancherebbe! Ma agendo così toglie agli iscritti uno dei maggiori incentivi a utilizzarla - e su LinkedIn presentare il proprio sito personale o aziendale è un must, dal momento che per condividere citazioni e tramonti esistono già altri canali (in teoria...).

Insomma, il possibile vantaggio che si poteva ottenere dall'insoddisfazione di molti utenti di Facebook è già bruciato in partenza.

Il risultato?

Forse i publisher rivaluteranno Twitter, oppure persino Google+, chi può dirlo!

O ancora, cercheranno lidi più accoglienti, ad esempio Medium o Quora, dove i contenuti provenienti dai blog sono ancora tollerati.

Di sicuro, però, la politica anti-link, se spinta all'estremo, renderà gli ecosistemi coinvolti sempre più claustrofobici, e probabilmente dominati dalla logica pay-to-play: della serie, i link non ci piacciono, ma se paghi chiuderemo un occhio, e magari ti aiuteremo.

Una prospettiva che alle testate e alle aziende più importanti potrà anche andar bene - al semplice blogger o all'impresa a conduzione familiare un po' meno.

Altro che circolazione delle idee!

Altro che "vetrina" per chi vuole promuoversi!

In ogni caso, sarà interessante valutare la reazione del pubblico - forse LinkedIn sarà costretto a tornare sui propri passi, oppure ci sarà chi applaudirà ai tentativi di contrastare lo "spam".

Comunque vada a finire, questa è un'ulteriore conferma della natura fluida dei social network, e dell'importanza di una strategia che ci permetta di sfruttarli in modo elastico e sempre in linea con le ultime tendenze.


*** AGGIORNAMENTO 06/02/2018 ***

Da un'osservazione più attenta, ho notato che questa anomalia si verifica se si condivide un post usando il tasto di condivisione per LinkedIn - ricopiando invece il link e incollandolo, l'immagine appare regolarmente.

E voi, avete già notato questo cambiamento in arrivo? Alla prossima!

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