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Recensione di Christiane F. Noi i Ragazzi dello Zoo di Berlino


Nel 1978, due giornalisti tedeschi, Kai Hermann e Horst Rieck, si trovarono a seguire un caso poco edificante di cronaca penale: il caso di un maturo rappresentante di commercio berlinese, chiamato alla sbarra con l'accusa di adescamento di minori, delle quali sfruttava la dipendenza da eroina.


Fra queste ultime, la sedicenne Christiane Vera Felscherinow attirò subito la loro attenzione: a sua volta imputata (e in seguito condannata con pena condizionale) per ricettazione e detenzione di droga, la ragazza accettò di raccontare la sua storia, di spiegare come fosse finita in una situazione del genere.

Tuttavia, incontro dopo incontro, i due reporter si resero conto che l'esperienza personale di Christiana non costituiva affatto un disgraziato caso individuale, bensì una rappresentazione viva e brutale delle vite bruciate di tantissimi adolescenti, e dei pericoli in cui molti altri si sarebbero potuti imbattere.

Ben presto, le interviste si trasformarono in un libro destinato a suscitare scalpore non solo in Germania, ma in tutto il Mondo: Wir Kinder vom Bahnhof Zoo.

Un titolo dall'apparenza innocente, ma che in realtà sintetizza alla perfezione il dramma narrato: il Bahnhof Zoo, infatti, altro non è che una squallida stazione nella linea metropolitana dell'allora Berlino Ovest, sul cui grigio marciapiede Christiane e i suoi altrettanto giovani amici si ritrovano per acquistare la propria dose giornaliera - spesso dopo essersi dati al furto o alla prostituzione pur di racimolare i venti marchi richiesti.

Nel titolo, questi adolescenti sono detti Kinder del lugubre paesaggio urbano, ovvero bambini, nella duplice accezione del termine: bambini, perché questo sono, in effetti (Christiane inizia a sperimentare con gli stupefacenti ad appena dodici anni, così come molti dei suoi compagni di sventura).

Ma non solo: bambini in quanto figli, creature di quel milieu dominato dalla droga e dai tutti mezzi più o meno illeciti per procurarsela.

Proprio così, loro si sentono figli di quel luogo - perché le loro famiglie, quelle vere, di fatto non esistono, se non come fonte delle loro sofferenze.

Christiane stessa, nelle prime pagine del romanzo, è molto chiara su questo punto, descrivendo senza censure le figure che più hanno segnato la sua vita: 

Prima di tutto, il padre, troppo giovane per le sue responsabilità di genitore, l'animo avvelenato da una lunga serie di ambizioni frustrate, e incline alla violenza - ma anche uomo dal grande carisma, in un certo senso sempre ammirato dalla ragazza.

Poi la madre, figura in apparenza fragile, ma in realtà vero motore e bread-winner della famiglia, determinata a offrire una vita migliore a Christiane e alla sorella minore, chiedendo il divorzio e lavorando sodo per risarcire le figlie delle sofferenze patite: un impegno che tuttavia, unito ad una nuova relazione sentimentale, la renderà di fatto incapace di comprendere i turbamenti e le scelte sbagliate della sua primogenita.

Infine la sorella minore, che tornando inaspettatamente a vivere con il padre recide il legame fra sorelle, lasciando Christiane da sola, ad affrontare l'assenza della madre, i conflitti con il nuovo compagno di lei e un ambiente scolastico straniante.

Non proprio la famiglia ideale che secondo alcuni sarebbe stata distrutta solo negli ultimi dieci anni o giù di lì.

Un ambiente domestico problematico, che pur non costituendo da solo una causa sufficiente per i drammi imminenti, di sicuro spiega la propensione della protagonista a cercare affetto e senso di appartenenza dove può, anche in contesti degradati.

È una compagna di scuola, infatti, a introdurre Christiane nel mondo delle droghe: dagli alcolici agli spinelli, dai farmaci agli acidi, la ragazza è alla ricerca di sensazioni sempre più forti, di un distacco sempre maggiore da una realtà che la ferisce; e come lei i suoi nuovi amici, quasi tutti provenienti da focolari non meno disastrati.

Un percorso in apparenza graduale, ma in effetti molto rapido, che la porterà a consumare eroina ancor prima di aver compiuto quattordici anni - e a ricorrere ad ogni mezzo per poter ripetere l'esperienza.

Ed è così che la droga diventa il cardine dell'intera esistenza di Christiane: i suoi migliori amici li trova nel giro dell'eroina, così come il suo primo ragazzo, Detlef; accantonata quasi del tutto la scuola, la ragazza trascorre buona parte delle sue giornate al Bahnhof Zoo.

Neppure l'intervento della madre, resasi infine conto della situazione, sembra sortire qualche effetto; così come i tentativi del padre, forse più consapevole dei propri doveri; e neanche le occasionali ma profonde riflessioni sulla sua stessa condizione le sono di grande aiuto.

Nemmeno la morte per overdose della tredicenne Babsi, sua amica e complice, riesce a scuotere subito Christiane.

Ad ogni (doloroso) tentativo di disintossicazione, la protagonista si trova sì libera dalla dipendenza fisica dall'eroina, ma non dal groviglio familiare, sociale e sentimentale che l'ha causata.

Finalmente, temendo per la vita della figlia, la madre di Christiane prende una decisione radicale ma provvidenziale, allontanandola da Berlino e facendola accogliere da parenti, nella Germania settentrionale.

Sradicata da quella che per circa tre anni ha chiamato "casa" e separata dalla sua "famiglia", la giovane riesce finalmente a ricostruire la propria vita, conseguendo il diploma e cercando di evitare le ricadute - un rischio che tuttavia lei stessa avverte in ogni momento.

Pur con una ritrovata tranquillità, quindi, il libro non propone un facile lieto fine, anzi: anche attraverso alle testimonianze di familiari, operatori sociali e membri delle forze dell'ordine, inserite fra le confessioni di Christiane, emerge con grande chiarezza come il problema della droga resti una sfida non solo per lei, ma per milioni di giovani tedeschi.

Diventato un best-seller a livello globale, anche grazie all'omonimo film campione d'incassi del 1981, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino resta ancora oggi, a distanza di quarant'anni, un monito importante per tutti noi: mai ridurre la tossicodipendenza ad un problema sanitario o di polizia.

E, soprattutto, mai sottovalutare i segni di degrado che possono celarsi anche all'interno di famiglie all'apparenza "normali": non basta che un genitore abbia un lavoro, o che una casa appaia in ordine - certe ferite non si possono cogliere a occhio nudo, ma esistono, e sanguinano; e i loro effetti possono rivelarsi nel modo più tragico.

Come narrato nel seguito ideale di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, intitolato La mia seconda vita (2013), l'ormai ultracinquantenne Christiane sta ancora lottando con i suoi demoni, con i gravi problemi di salute derivanti dalla sua lunga dipendenza, e con il trauma terribile della separazione dal figlio, posto sotto la tutela di una famiglia affidataria.

Un'ulteriore, cruda testimonianza del male che un'infanzia negata o problematica può provocare, nonostante gli anni.

Insomma, non guardiamo a ciò che oggi ci sembra diverso, strano, sbagliato, nei giovani: pensiamo invece a quanti drammi si consumano, da sempre, dietro le linde facciate di tante case.



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