La Coercizione Invisibile dei Social - Perché Non Ci Spaventa?

La sorveglianza dei social: perché non ci ribelliamo?

Pensavo di essermi ormai lasciato alle spalle tutto quello che volevo dire a proposito del Facebookgate, quando Twitter mi ha servito, quasi su un piatto d'argento, un post che mi ha fatto riflettere.

Nel pezzo, in Inglese, si fa un punto piuttosto pertinente: perché quando si parla di sorveglianza da parte dello Stato e di autorità pubbliche arrivano puntuali levate di scudi, riferimenti a 1984 di George Orwell, ecc., mentre invece il fatto che Facebook e altre piattaforme social (ma non solo) raccolgano i nostri dati per scopi poco trasparenti suscita in fondo reazioni molto meno indignate?

Oppure, detto in altre parole: perché l'idea di essere costretti per legge ad installare in casa nostra dei dispositivi di controllo porterebbe alla guerra civile, mentre sui social media siamo più che disposti a rivelare aspetti anche molto personali della nostra vita?

Si tratta di una domanda tutt'altro che banale, soprattutto se consideriamo che lo scandalo che ha investito Facebook, lungi dallo spaventare gli utenti Italiani, sembra averli lasciati quasi indifferenti:


Insomma, perché tanta disponibilità iniziale, e perché tanta apatia da parte di molti utenti?

Ci ho pensato un po' su, e credo che il nodo della questione sia la nostra differente percezione dello Stato e dei social, che in fondo sono compagnie in mano a privati.

Il primo, in effetti, agisce per mezzo di leggi, di provvedimenti ai quali bene o male dobbiamo sottostare.

Se mai una legge sulla sorveglianza entrasse in vigore nel nostro Paese, ad esempio, nessuno potrebbe farsi molte illusioni sugli scopi delle Istituzioni stateli, e sulle modalità con questi dovrebbero essere raggiunti.

Facebook, Twitter, e gli altri social media, al contrario, pur non nascondendo il fatto di raccogliere informazioni su di noi, lo lasciano decisamente in ombra.

Quello che invece tengono a farci sapere, invece, è a quanti e quali benefici potremmo accedere in cambio della nostra fiducia (e dei nostri dati):

Connettiti con il Mondo!, dice Facebook.

Resta aggiornato sulle ultime notizie, incalza Twitter.

Condividi la tua vita per immagini, prosegue Instagram.

Trova lavoro, aggiunge LinkedIn.

In fondo, è gratis, concludono tutti, in coro.

Grandi vantaggi... a costo zero?

Che cosa si potrebbe volere di più?

In fondo, non è un ragionamento molto diverso da quello che fa il protagonista del secondo racconto di Mondi (Im)Possibili, dal titolo I Separati:


Che fosse il caso di preoccuparsi?

Ma no, perché poi.

Troppe paranoie, finivamo sempre per dire, mettendoci a ridere, per neutralizzare quelle occhiate di disprezzo, quelle arie saccenti.

E senza alcuna remora iniziammo ad abboccare a sempre più ami, a cedere sempre più controllo.

I programmi televisivi?

Via Internet – perché star lì a dannarsi l'anima con un televisore?

I pagamenti?

Via Internet – chi le voleva più banconote e carte di credito?

I porno?

Via Internet – molto meglio di quelle rivistine da quattro soldi, no?

Ed è stato così che la maggior parte di noi ha continuato senza paura a gettare per strada frammenti di vita quotidiana, di abitudini, di piccoli spazi d'ombra.

Non sospettavamo che qualcuno potesse raccoglierli e farci pagare il conto.


Solo più tardi ci si accorge del pericolo - sempre che lo si consideri tale.

È a questo punto, infatti, che nella mente di molte persone scatta (forse a livello inconscio) un'ulteriore distinzione fra Stato e social media: anche ammesso che Facebook & co. abbiano in mano i nostri dati, quanto male potrebbero farci, in fin dei conti?

Nei regimi autoritari, alla sorveglianza segue la repressione di tutte le condotte ritenute nocive dal regime di turno: sanzioni, arresti, spesso peggio.

D'altronde, loro possono contare su leggi fatte e disfatte a piacimento, su forze speciali fuori da ogni controllo, da magistrature compiacenti...

Ma Facebook?

Sì, qualcuno potrebbe usarlo per cercare di farci votare per questo o quel candidato, ma poi?

Non è che qualcuno si sia mai trovato la polizia speciale di Zuckerberg o di Cambridge Analytica sotto casa.

Certo, c'è sempre il rischio di una "cooperazione totale" fra social media e Governi... ma viste le decine di controversie in cui le due parti sono coinvolte, si tratta di un'eventualità che la maggior parte degli utenti considera probabilmente assai remota...

...Anche se la voce narrante de I Separati potrebbe dissentire:


E fu così che iniziammo a leggere le notizie più strane: ad esempio, quell'imprenditore che riuscì a negare ai suoi operai un aumento di stipendio grazie ai dati che i colossi di Internet gli avevano ceduto – se molti di loro potevano spendere così tanto in chat erotiche, per dire, allora non avevano davvero bisogno di altri soldi.

Oppure quel dittatore (non ricordo il nome), che allo stesso modo scoprì l'invincibile predilezione dei suoi sudditi per i prodotti d'importazione, in barba alla sua campagna per l'autarchia – e che prese quindi le adeguate contromisure.

O ancora di quei politici costretti a ritirarsi in fretta e furia perché l'analisi delle ricerche Web effettuate dagli uffici del loro partito rivelavano una spiccata propensione per certe pratiche poco ortodosse.

Ma anche allora, quasi tutti si limitavano a riderci su (io per primo, lo ammetto): d'altra parte, finché capitava a dei disgraziati chissà dove o al potente di turno, che male c'era?

Peccato solo che le cose fossero destinate a cambiare, e anche in fretta.


Insomma, per quanto i social network facciano ormai parte delle nostre vite da anni, pare che ci sia ancora molto lavoro fare.

E voi, siete preoccupati? Oppure siete ancora dell'idea che l'ansia per il Facebookgate sia davvero esagerata?


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