La Dignità di chi Lavora, al di là di un Decreto

Difendere la dignità del Lavoro, oggi, al di là di un Decreto

In queste ore, si sta discutendo molto del Decreto Dignità varato dal Governo, allo scopo dichiarato di migliorare le condizioni di lavoro all'interno di quella galassia di contratti, situazioni, spesso anche sfruttamento, nati dall'avvento della Gig Economy.

A giudicare dal testo, l'intento sembra molto chiaro: limitare il più possibile i contratti a tempo determinato e i licenziamenti (Titolo I), e penalizzare le delocalizzazioni (Titolo II).

Una linea molto chiara, che se da un lato ha raccolto calorosi consensi, dall'altra ha suscitato non poche perplessità.

In particolare, le obiezioni poste dai critici del provvedimento sono due:
  • Secondo alcuni, la stretta sui contratti a termine (tipologia fra l'altro protagonista dei recenti, "buoni" dati sull'occupazione) rischia di indurre le aziende più piccole (o disoneste) a ricorrere semplicemente al lavoro in nero, costringendo i dipendenti a scegliere fra la perdita di tutele e quella dell'impiego;
  • Altro punto dolente, la globalizzazione: già nelle scorse settimane, alcune aziende non hanno avuto remore nell'ammettere la possibilità di lasciare l'Italia, qualora le misure adottate dal Governo fossero risultate sgradite.
Per quanto mi riguarda, il problema è sempre lo stesso, da qualche anno a questa parte: le intenzioni sono buone, ma i mezzi mi sembrano insufficienti, o meglio ormai inadatti ad una situazione che è cambiata alla velocità della luce sotto i nostri occhi.

Quando le aziende possono dire la loro, il ritornello è sempre lo stesso - tasse troppo alte, burocrazia eccessiva... ma il tempo passa, e di questi ostacoli non ci occupa mai, o almeno non quanto si dovrebbe.

E nel frattempo, a prescindere dalla (pessima) opinione che possiamo averne, il Mercato del Lavoro di oggi è sempre più automatizzato, rapido, competitivo.

I posti di lavoro disponibili (soprattutto all'estremità medio-bassa dello spettro) sono sempre più a rischio a causa dell'automazione - peggio ancora, anche alcune professioni ritenute più "di concetto" potrebbero presto diventare appannaggio di software e robot.

Certo, un investimento su istruzione e formazione potrebbe allentare la tensione, permettendo ad un numero maggiore di persone di accedere a mansioni più "elevate", di collaborare con le macchine, invece che soccombere sotto i loro colpi: ma è davvero pensabile, nel breve periodo, nel nostro Paese?

E anche ammettendo di riuscire a gettare le base in tempi ragionevoli, quante persone potrebbero avere i requisiti per completare con successo un programma di riqualificazione? E di quanti super-tecnici o ricercatori ha bisogno un Paese?

Sono domande non banali, perché lo scenario di una società senza lavoro è dietro l'angolo - e non sappiamo come gestirlo.

Il Reddito di Cittadinanza potrebbe essere la soluzione, sostiene qualcuno: se non altro, come mi è capitato di pensare, ci libererebbe dall'ordalia di dover accettare qualsiasi lavoro, non importa quanto faticoso, mal pagato o pericoloso possa essere.

Anche su questa opzione però, c'è chi ha dei dubbi: non si rischia di passare dalla dipendenza da un'azienda alla dipendenza dallo Stato?

Lasciamo stare poi chi di Reddito di Base non vuole nemmeno sentir parlare - "illusione", "favola antidemocratica", e chi più ne ha più ne metta.

Insomma, migliorare la Formazione è una strategia troppo a lungo termine, il Reddito di Cittadinanza non piace: che si può fare, quindi?

Non molto di più di quello che il Governo sta tentando di fare, mi verrebbe da dire.

Ma purtroppo (o per fortuna, a seconda dei punti di vista), il potere coercitivo degli Stati sulle imprese è limitato.

Che dovrebbero fare i Ministri, minacciare il sequestro dei beni per chi delocalizza? Impedire loro di continuare a vendere beni e servizi in Italia, o almeno applicarvi dei dazi spaventosi?

Oppure cacciare le aziende "ribelli" (soprattutto se straniere) e sostituirle con delle omologhe nazionalizzate, in stile socialista vecchio stampo - il che, viste il colore politico dell'attuale gabinetto, sarebbe piuttosto ironico?

Certo, dopo anni passati a leggere certe notizie, l'istinto di invocare misure draconiane come queste si fa sentire forte e chiaro - ma alla lunga, potremmo rischiare di ritrovarci in un deserto, con investimenti a zero e molti disoccupati in più.

Come se ne esce, allora?

Un recente, interessante sviluppo, che forse potrebbe aiutarci a trovare soluzioni migliori, ci arriva da una delle aziende al centro delle ultime polemiche - Foodora.

Gli ormai famosi rider, infatti, stanno facendo notizia con la loro sperimentazione del Cooperativismo basato su Piattaforma: in pratica, anche grazie all'aiuto di tecnologie all'avanguardia come la blockchain, i fattorini passano dall'essere semplici pedine a gestori e protagonisti della piattaforma erogatrice di servizi, guadagnando pertanto maggiore peso decisionale e maggiori tutele.

Un esperimento che in molti stiamo seguendo con interesse, e che potrebbe aprire nuove prospettive per la tutela del lavoro nel XXI secolo.

Perché se i principi di dignità del lavoro e del lavoratore sono (e devono) restare centrali, il contesto in cui ci troviamo ora rende impossibile (o almeno molto difficile) la loro tutela in base a schemi ormai superati.

Da un certo punto di vista, questo approccio autogestito, quasi anarco-socialista oso dire, potrebbe rivelarsi la scelta vincente, un contesto in cui gruppi di lavoratori ormai "maturi" prendono nelle loro mani il loro stesso destino, lasciando alle organizzazioni sindacali classiche il coordinamento delle lotte da condurre su base più ampia, di categoria.

Sarebbe fantastico se, dopo anni di soluzioni simili adottate solo "per disperazione" dopo il fallimento di opzioni più tradizionali (piaccia o meno, ma per ora è andata così), questa idea potesse trasformarsi in un nuovo standard di organizzazione del lavoro e dei lavoratori.

Voi che ne pensate? Per quanto mi riguarda, tengo le dita incrociate per i rider...!


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